Il PLI dal 31mo congresso alla ricerca di una nuova Rivoluzione Liberale

Il PLI dal 31mo congresso alla ricerca di una nuova Rivoluzione Liberale

Il 31mo congresso alla ricerca di una nuova Rivoluzione Liberale

PREMESSA

Vivere nel rincorrere la bellezza, il sapere, il sogno, l’utopia, l’elevazione, la grande speranza, non morire nel tugurio arido di un’anima incolta.

Cercare la ricchezza spirituale e materiale, circondarsi dal bello per elevarci, per raffinarci, per inseguire all’infinito una perfezione irraggiungibile, ma che, in se stessa, è motore di ogni vita degna di essere vissuta.

Abitare il mondo, la propria stessa vita, con l’ansia insaziabile di gustare il profumo dell’avventura, di ricercare la bellezza e rendersi capaci di produrla, significa aver capito l’essenza del nostro essere.

Mai accontentarsi di morire ogni giorno, precipitando nel gorgo più buio dell’anima, nella rinuncia a sempre più elevati traguardi, che non sono la inesistente perfezione, ma la continua superiore aspirazione onirica del perseguimento dei nostri sogni.

Chi vive,anzi si limita a sopravvivere, soltanto nell’oggi, disprezzando il primario istinto dell’uomo a migliorarsi, muore in ogni istante e se l’involucro dentro il quale è rinchiuso, la macchina del proprio corpo, continua ad esistere, sta soltanto sprecando il prezioso carburante della vita girando a vuoto, rimanendo fermo, a volte, peggio, andando indietro senza neppure guardare.

La decrescita felice, di cui alcuni ignoranti parlano, può soltanto portare verso il deserto o il burrone.

Un’umanità che si pieghi a tale condizione è già finita e trascina la realtà che la circonda verso la stessa meta disumana.

Nati non foste per viver come bruti!

Purtroppo la lezione del poeta non è stata imparata.

Vivere è fatica, ma siamo venuti al mondo per attraversare questa meravigliosa avventura; non vi sono altre strade, altri traguardi.

L’ignoranza, la perfidia, l’odio verso il prossimo, specialmente se più dotato di risorse materiali, intellettuali o morali, significa far prevalere la morte, che è sempre in agguato dentro di noi e cerca di rubarci una porzione di vita, come un nemico che vuole trascinarci un gorgo dal quale sarebbe difficile, forse impossibile, uscire.

L’istinto suicida, che pervade gli esseri deboli e che, sovente, diventa esaltazione verso quello collettivo della società, non è un peccato verso dio, che ci avrebbe dato la vita, ma verso noi stessi.

Esso consiste nel desiderio di rinunciare alla lotta esaltante per affrontare con intensità e passione l’unica vita che ci è stato dato di poter attraversare, con i suoi pericoli, le sue avventure, le inevitabili sconfitte, la caduta ed il trionfo, il confronto con gli altri esseri umani, lo scambio di idee e di sentimenti, l’attrazione verso l’altro sesso, l’amore e lo stesso odio, che ne è un surrogato.

La ricchezza delle nazioni è rappresentata dall’uomo che sa abitare la propria vita, quindi viverla al massimo dell’intensità, consapevole che essa è importante non solo per sé stesso, ma per tutta l’umanità, perché lo rende partecipe della meravigliosa avventura del progresso, finendo col regalare qualcosa al mondo intero, perché lo rende partecipe dell’universale.

La vita infatti è un percorso nel quale si va incessantemente avanti.

Anche il riposo, non rappresenta un fermarsi, ma è il momento un cui si raccolgono le forze per riflettere e recuperare la necessaria energia per andare avanti.

Un giorno uguale al precedente, facendo assentare l’anima dalle ragioni del proprio cammino, è sprecato, un giorno drammaticamente vissuto come da morti.

L’uomo è fatto per incedere, non per indietreggiare.

Infatti gli eserciti in rotta volgono le spalle al nemico e come conseguenza sovente vengono sterminati.

Nella storia talvolta ha prevalso il desiderio di fermarsi, di tornare indietro, di cancellare la civiltà.

Sono sempre stati periodi bui in cui la barbarie ha avuto il sopravvento.

Purtroppo abbiamo l’impressione di vivere oggi uno di questi momenti, in cui le pulsioni verso il regresso sembrano prevalere, ma dobbiamo ricorrere alla sempre efficace medicina naturale dell’inguaribile ottimismo insito nell’animo umano.

Assistiamo soltanto a sterili proteste, che si manifestano attraverso confuse grida assordanti o vuote adunate silenziose.

L’enorme forza del progresso, nonostante tutto incessante, finirà con lo spazzare via ogni istinto regressivo di rinuncia all’avventura della vita, con il restituire il coraggio della passione e la volontà di realizzare il sogno che anima da sempre ciascun individuo.

Le grandi civiltà del passato ci hanno consegnato la bellezza dell’arte, la grandezza del pensiero filosofico, la forza equilibratrice del diritto rispetto al brutale istinto primitivo della vendetta privata, il fascino della conquista degli spazi e dello spazio, la esaltante avventura del progresso tecnologico, sufficienti a definire in tutta la sua bellezza la vita che abbiamo il privilegio di vivere.

I poveri di spirito che non lo capiscono, anzi che persino tentano di negarlo, sono soltanto morti che camminano.

LINEE STRATEGICHE

Una simile premessa per il documento politico congressuale di una forza politica potrebbe essere considerata una astrazione intellettuale, anziché un concreto programma di azioni politiche positive e concrete.

A nostro avviso non è così, perché un partito come il PLI non può in primo luogo non sottolineare la distanza siderale che lo separa da una politica militante che occupa quasi militarmente le Istituzioni, senza conoscerne le finalità e rispettarne le delicate funzioni, ma è animata soltanto dal desiderio di delegittimarle e distruggerle in nome di un barbarico populismo con venature autoritarie, anche se divise in fazioni tra loro contrapposte soltanto per l’ansia di conquistare il potere, tutto il potere, a discapito l’una delle altre, evocando un popolo, disprezzato perché ritenuto incapace di compiere una ragionata selezione e quindi sollecitato, anziché alla scelta responsabile di una rappresentanza con la quale identificarsi, ad una continua chiamata a pronunciamenti plebiscitari, spesso attraverso metodologie distorsive, fondate su gazebo, adunate di strada o pronunciamenti su piattaforme informatiche gestite in modo oscuro e non trasparente.

Per i liberali la partecipazione è sempre quella personale e consapevole, fondata sulla ragione, dopo aver ascoltato “le ragioni” di chi si candida a ruoli di responsabilità nella vita pubblica.

Ci sentiamo quindi l’altra faccia della luna rispetto ai partiti di strada, di spiaggia, di discoteca, di discarica dove l’intelligenza e la capacità di critica individuale sono state buttate, per ritrovarsi ad osannare un leader, a gridare contro presunti privilegi e la necessità di aprire le Istituzioni come una scatoletta.

Siamo consapevoli che il metodo liberale è più complesso e che il percorso intellettuale per una ragionata sintesi politica è più lungo e comporta una maggiore partecipazione responsabile, perché la grande avventura verso la modernità, impone conoscenza, informazione, confronto, consapevolezza, scelte responsabili.

Questa Italia non ci piace!

Non ci identifichiamo con nessuna delle ordalie contrapposte.

Nessuno riuscirà ad identificarci come di destra o di sinistra, per imporci compagni di strada non graditi e per etichettarci per quello che non siamo e non saremo mai. Il partito della ragione esalta il valore dell’individuo, la sua capacità personale di discernimento e di libera selezione delle scelte.

Ribadiamo la nostra essenza irrinunciabile di essere una forza di Centro, quale caratteristica intrinseca della natura di ogni liberale, conservatore per valori, tradizioni, radici culturali e innovatori per l’insaziabile desiderio di ogni liberale di lanciarsi nella stimolante avventura del futuro e del cambiamento che esso comporta, non soltanto nel campo tecnologico e scientifico, ma ancor più per quanto concerne gli stili di vita, la voglia di partecipare all’avventura dell’innovazione, del cambiamento, della scoperta del nuovo, della valorizzazione del nostro territorio e della nostra cultura.

FUTURO CULTURA NATURA

Intendiamo cogliere le straordinarie opportunità che ci ha riservato la stagione storica che stiamo attraversando nel lungo percorso dell’avventura umana, ma allo stesso tempo intendiamo sottolineare quanta incommensurabile fiducia riponiamo nel patrimonio ineguagliabile dell’intelligenza individuale, non massificata e non omologata dei nostri giovani, che ci impone di investire sulla qualità della loro formazione e sulla costruzione per loro di un destino non rassegnato da emigranti alla ricerca di Paesi in grado di apprezzarne le qualità.

Essi rappresentano il punto di forza di un futuro che oggi come mai potrebbe essere destinato a fare la fortuna dell’Italia, con le sue ricchezze naturali da valorizzare, i suoi giacimenti culturali, la sua grande storia scritta nelle pietre dei siti archeologici e nella presenza di un patrimonio e di una tradizione artistica, unici al mondo, che colpevolmente abbiamo poco valorizzato e talvolta trascurato.

Ecco perché le parole a cui si è ispirato questo nostro 31^ Congresso sono: futuro, cultura, natura.

Alle giovani generazioni dobbiamo trasmettere la consapevolezza e l’orgoglio di essere gli eredi di un inestimabile patrimonio di bellezza naturale e culturale al fine di indurli alla sfida per un domani non solo migliore, ma radicalmente diverso.

Un futuro rivoluzionario, fondato sul radicale rifiuto di una antipolitica becera ed ignorante, che, arrivata fino ai banchi del Governo, ha dimostrato tutta la sua falsità ed assoluta inadeguatezza, ma altrettanto in contrapposizione con un conservatorismo con venature autoritarie, annidato sia all’interno di una destra incolta, sovente capace di seminare soltanto odio, come di una sinistra statalista, con una perdurante concezione di stampo vetero catto comunista, impegnata solo a consumare preziose risorse, anziché sforzarsi di capire che la modernità è fantasia, competizione, generosità, valorizzazione di patrimoni naturali, artistici e culturali, insieme a tradizioni che non possiede nessun altro Paese al mondo.

Il nostro programma è quello di sempre dei liberali, che si può sintetizzare nella difesa e rafforzamento dello Stato di diritto, nel predominio della legge , nella fiducia sul principio della separazione e del bilanciamento dei poteri, rafforzando e non indebolendo il ruolo centrale del Parlamento, unica istituzione realmente rappresentativa della volontà del popolo sovrano.

Conseguentemente, ci vediamo impegnati a tutelarne l’autonomia e l’indipendenza.

Inoltre per affrontare le nuove sfide che ci pone il mondo contemporaneo, non può più essere rinviata una profonda riforma sia dell’amministrazione della Giustizia, arrivata ormai al collasso, che le sue arretrate forme e rituali, che assicurano soltanto il predominio di un Ordine giudiziario chiuso e corporativo.

Proponiamo l’abolizione del principio errato dell’obbligatorietà dell’azione penale, che finisce col diventare arbitrio da parte di chi ne è concretamente gestore e che assume un significato ulteriormente inquietante di fronte alla scelta incivile della prescrizione mai.

Tutta la materia del cosiddetto carico giudiziario bagattellare, cioè tutti i reati minori, prendendo atto che tali figure sono ormai anacronistiche, devono diventare fattispecie da sanzionare amministrativamente, alleggerendo di circa due terzi il carico attuale della giustizia penale.

Insistiamo sempre sulla urgenza della separazione delle carriere tra PM e Giudici, alla base di molte delle distorsioni del sistema e la conseguente riforma del CSM, separando quello dei magistrati di accusa da quello della magistratura giudicante e con la abolizione della rappresentanza politica, che limita e condiziona la reale indipendenza della magistratura.

Ovviamente la nuova impostazione comporterà la riforma e semplificazione del processo penale, con la consacrazione dell’essenzialità del ruolo di una difesa, che assuma un rango paritario con l’accusa sin dal primo atto dell’azione panale.

La parte più sofferente oggi comunque appare la giustizia civile, tanto da poter parlare di denegata giustizia.

La proposta liberale è sempre quella di unificare nella giustizia ordinaria quella amministrativa, contabile e tributaria, con sezioni specializzate.

Vanno altresì modificate le competenze, elevando quella del giudice di Pace e semplificando il procedimento delle cause civili, in modo da imporre, nel termine massimo di un anno, di ottenere le sentenze di primo grado e dopo non più di un’altro anno quelle di appello ed, entro un ulteriore analogo lasso di tempo, la definitiva decisione della Cassazione.

Una profonda revisione del sistema della condanna alle spese, rendendola più onerosa per la parte soccombente, ridurrebbe le liti temerarie, riservando la compensazione solo a casi di effettiva complessità interpretativa.

Il vero grande problema del Paese è la disattenzione, protrattasi troppo a lungo verso la scuola e la formazione superiore.

Ovviamente si tratta di investire in tale delicato settore somme ingenti, che rappresentano la sola speranza di futuro per il Paese.

Tuttavia serve una riforma profonda dei criteri di insegnamento per incentrare la nostra istruzione sui saperi di cui abbisogna la società.

Questo comporta, oltre ad una riforma degli indirizzi e dei programmi, una nuova attenzione verso la qualità nel reclutamento, abbandonando la infelice pratica della stabilizzazione di un precariato non idoneo a preparare le generazioni 2.0.

Una grande scommessa va inoltre fatta sull’obiettivo irrinunciabile dell’eccellenza delle nostre Università, che progressivamente hanno perso posizioni nelle classifiche mondiali, al netto di poche, lodevoli eccezioni, sovente trasformate in inutili diplomifici, anziché ambire ad essere la culla del sapere ed il cuore della ricerca scientifica.

Le generazioni che si sono susseguite a quella gloriosa della ricostruzione e del miracolo economico, portano la responsabilità di aver consumato territorio per una speculazione devastante, che per fortuna si è rallentata, ma che va controllata ulteriormente.

Principalmente la parte pubblica ha compiuto scelte disastrose, che hanno apportato grandi ferite al nostro territorio nazionale con la costruzione di cattedrali nel deserto durante il periodo del consolidamento della presenza industriale delle Partecipazioni Statali, tutte fallimentari e che hanno lasciato scheletri, oltre che grandi aree di inquinamento dei territori ed inoltre, nella maggior parte dei casi, principalmente al centro sud, hanno consentito la creazione di bombe ecologiche, come le discariche a cielo aperto, non riuscendo, sovente non volendo, affrontare il problema dello smaltimento e riciclaggio dei rifiuti, rifiutando di realizzare, come nelle aree più progredite, i termovalorizzatori di ultima generazione, che rappresentano un primo ed importante esempio di economia circolare.

Aree come quella della terra dei fuochi sono un’offesa al territorio ed una bomba ecologica sempre pronta ad esplodere, oltre ad aver finito col sostenere gli affari della delinquenza organizzata ed aver comportato costi enormi per l’esportazione all’estero dei rifiuti. Una politica per la tutela della nostra terra quindi comincia dalla soluzione del problema cruciale del trattamento dei rifiuti.

Quello che oggi è un dramma, potrebbe trasformarsi in opportunità. Invece va stimolata una nuova politica di difesa del territorio montano in degrado ed abbandono, responsabile di valanghe, smottamenti, frane ed altre calamità.

Allo stesso tempo bisogna proteggere il nostro mare dall’inquinamento di scarichi abusivi, spesso nocivi e dall’invasione nefasta della plastica, che sta distruggendo il nostro patrimonio ittico.

Va promossa una grande campagna di sensibilizzazione che, coinvolga scuole, comunità, associazioni, volontariato, per avviare il recupero del territorio montano, ma principalmente del mare e della fauna marina, che rischia di scomparire.

Tra pochi anni il nostro mare potrebbe diventare una laguna inquinata, abbandonata dalla popolazione ittica tradizionale, fonte di malattie e vivaio di pericolose infezioni.

Valorizzazione dei beni culturali ed ambientali e sviluppo del turismo, oggi per fortuna diversificato, tra urbano e rurale, sono una straordinaria opportunità per l’Italia, che esercita
sempre più una grande attrattiva per la possibilità, unico Paese con una offerta così vasta e variegata, di vacanze alla scoperta della grande tradizione archeologica, artistica e culturale, ma allo stesso tempo, naturalistica.

Secondo il punto di vista dei liberali, contrari per definizione ad ogni forma di eccesso burocratico, non è più rinviabile una riforma della nostra amministrazione che elimini ogni controllo ed autorizzazione preventiva, ma si fondi su un rapporto corretto di fiducia fra cittadino e PA, scegliendo una logica di verifiche successive di correttezza amministrativa ed adeguamento alla legislazione vigente per chi vuole avviare nuove iniziative.

Oggi ogni passaggio burocratico rappresenta non soltanto per gl’imprenditori, ma anche per i cittadini, un costo enorme principalmente in termini di tempo inutilmente consumato, per non parlare del costo occulto di una burocrazia pigra, che tende a sottrarsi alle responsabilità, che non decide o tarda a decidere, quando non costringe a scegliere la strada, spesso inevitabile, della corruzione per ottenere soltanto il riconoscimento di quello che sarebbe un diritto.

Allo Stato, che ancora sta sperperando inutilmente risorse pubbliche per il decimo, o l’undicesimo salvataggio oneroso di Alitalia o che ha la velleità di tornare a farsi imprenditore a Taranto con l’ex ILVA o attraverso altre iniziative, come il tentativo di sottrarre ai privati la rete autostradale per riportarla sotto la competenza dell’ANAS, competerebbe invece l’obbligo di investire per nuove infrastrutture, principalmente nelle aree meridionali, gravemente penalizzate, ma ai cui cittadini si chiede il medesimo sacrificio fiscale di quelli che vivono nei territori ben serviti da autostrade, ferrovie ad alta velocità, porti, aeroporti, interporti ed ogni altra struttura di supporto allo sviluppo ed a facilitare la vita quotidiana di ogni individuo.

Un grande investimento nel Mezzogiorno per dotarlo delle opere pubbliche necessarie produrrebbe, ricchezza, occupazione e finalmente potrebbe avviare quel necessario superamento della esistenza di due realtà troppo diverse per pretendere che si rafforzi il necessario spirito nazionale unitario.

Infine, tra le priorità liberali esiste quella della equità e tollerabilità della pressione tributaria.

Gli italiani soffrono per un fisco invasivo, espropriativo, avido per la necessità di finanziare le scellerate politiche dei partiti che vogliono comprare il consenso, di cui gli esempi più recenti e clamorosi sono stati le leggi sul cosiddetto reddito di cittadinanza e sul pensionamento a quota cento, ma non sono né i primi né gli unici esempi di sprechi clientelari inutili e fonti di privilegi o di distorsioni del sistema e talvolta inutili ruberie. La ferocia fiscale produce soltanto evasione difensiva, a volte di necessità.

Una nuova politica tributaria, insieme ad un contenimento della spesa pubblica improduttiva, che genera soltanto spreco di risorse e corruzione, è la grande riforma che da anni aspetta un Paese, che ha uno dei più elevati prelievi tributari del mondo ed uno dei livelli di servizi più scadenti.

Ridurre le aliquote a tre, o quattro, stabilendo in Costituzione che non può essere superata la percentuale del 33% sul reddito, produrrebbe un benefico effetto di pacificazione col contribuente e di drastica riduzione del deprecabile fenomeno dell’evasione.

La ricetta liberale è ambiziosa, ma allo stesso tempo semplice.

Si tratta di ricostruire un sentimento di amore per il nostro Paese e di solidarietà tra i cittadini, cominciando col riconoscere la sostanziale eguaglianza di tutti nel campo dei diritti e dei doveri e quindi riconoscendo ai meno fortunati la possibilità di recuperare il gap fisico o mentale che li penalizza, attraverso il diritto di tutti all’istruzione di base, al sostegno di solidarietà, insieme ad una grande campagna di sensibilizzazione in direzione dell’uguaglianza degli esseri umani nei diritti e non nelle aspirazioni, perché la corsa della vita, da punti di partenza eguali, deve garantire, a coloro che ne hanno l’ambizione e le capacità, con identiche opportunità, di crescere liberamente diseguali.

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