Il cattivo esempio.

Il cattivo esempio.

Ora che siamo (e giustamente) tutti concentrati – con la fatica civica di rispettare le regole- sulle amare e drammatiche vicende di una grave pandemia che assorbe per intero le nostre italiche attenzioni e pure le volontà politiche che si sono del tutto miracolosamente ricomposte in un afflato unitario, non ci chiediamo affatto: “e dopo che dovremmo fare”?

O, meglio, qual’è il senso riformatore che dovrà avere lo spirito unitario che, prendendo finalmente il toro per le corna, dovrà pure affrontare e vincere le più brutte e drammatiche emergenze che il Covid ha solo accantonato ma non affatto risolto?

Penso che siamo rimasti tutti basíti dopo di aver letto l’EQI-2017 (European Quality of government Index), che ha attribuito -ponderando tutte le regioni europee- il livello di qualità presente nelle pubbliche amministrazioni regionali di 28 Paesi: che, poi, è lo stesso metro di misura su cui la Banca d’Italia calibra le proprie politiche di concessione creditizia.

La qualità e quantità dei servizi pubblici, l’imparzialità nell’agire e l’assenza di qualsivoglia forma di corruzione sono quei parametri di stima che hanno visto l’Italia non solo essere collocata dietro la lavagna, ma buttata di brutto nel… cesso.

Nello scarico della fogna, insomma, per usare un francesismo.

Sì, perché questo nostro Paese -tra i 28 Paesi che già sono UE (pure con i 2 entranti)- si è piazzato nella 25^ posizione, seguito solo dalla Bulgaria e dalla Romania, quali esempi da non imitare per i giovani.

Con le Province di Trento e Bolzano in testa allo sgarrupato convoglio che ha Sicilia, Calabria e Campania a occludere lo scarico fognario.

Sarebbe troppo comodo e facile dire che questa ricerca (vidimata dalla CE che ha deciso di renderla permanente con adeguati finanziamenti a quella Università che prossimamente rapporterà in ordine all’anno 2020), essendo stata condotta dalla Università svedese di Goteborg, è frutto della solita pregiudiziale nordica, dato che… “loro non ci capiscono”.

Però un dato è incontrovertibile: la nostra spesa pubblica è un coacervo di inefficienze, sprechi, ritardi e pure corruzioni che non lasciano indenni le Regioni, anzi…

I risutati di tale lavoro di verifica sono stati già pubblicati per ben 3 volte: rapportando sulle situazioni riscontrate negli anni 2010, 2013 e 2017.

Il prossimo report tratterà l’anno in corso (pandemia permettendo).

Che considerazione ne possiamo trarre per il nostro Paese?

C’è stata una qualche evoluzione moralizzatrice in un decennio? Niente affatto.

Perché se nel 2010 eravamo collocati in una fascia medio – bassa (con il Mezzogiorno che ci zavorrava non poco), nel 2013 c’è stato (e le cronache TV ce ne fanno memoria) un netto peggioramento anche in Piemonte e Lombardia, salvando solo il Nord-Est che (causa gli effetti della scia chimica MOSE di Venezia) ha finito per far annegare anche quest’area.

Risultato: per l’Europa non siamo un esempio da seguire, anzi…

Qual’è allora la prossima emergenza che la presunta unità nazionale deve affrontare?

Noi liberali lo diciamo da sempre:
disarticolare questo Stato impiccione, creatore di mille trabocchetti, veti, pareri e contropareri, bolli e controbolli, vincoli e controvincoli, divieti, condoni e visti autorizzatori, ché sono la carta moschicida su cui si impigliano tutti quelli che vogliono fare qualcosa.

Illusione, Rivoluzione?

Non c’è più tempo da perdere.

Così l’unità può produrre, sennò è una finta.

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