Economia sostenibile e pensiero liberale.

Economia sostenibile e pensiero liberale.

di Alberto BOTTOLO –

L’attenzione per la “Green Economy” e per la sostenibilità dello sviluppo economico secondo criteri “ESG” (Environment, Social, Governance) è cresciuta a dismisura. Ciò che sembrava un’iniziativa velleitaria e di nicchia costituisce ormai uno dei criteri principali a supporto delle scelte dei maggiori investitori istituzionali e dell’azione di governi ed enti sovranazionali, come testimonia il piano Next Generation EU.

L’Europa è senz’altro all’avanguardia in questo campo ma la Cina sta recuperando terreno dopo una fase di disinteresse iniziale e gli USA stanno riconsiderando la loro posizione dopo il blackout trumpiano. Le testimonianze di operatori di primo piano non certo noti per essere sognatori ispirati da terzomondismo, socialismo o antimodernismo sono innumerevoli: basti d’esempio Larry Fink, fondatore e CEO di BlackRock – il maggiore fondo d’investimento del mondo, presente nell’azionariato di gran parte delle maggiori aziende quotate: https://www.blackrock.com/corporate/investor-relations/larry-fink-ceo-letter.

L’argomento è davvero importante e merita di essere trattato andando oltre i cliché destra/sinistra. Senza pretesa di esaurire l’argomento in queste poche righe credo che si possano fare alcune considerazioni di base sull’opportunità di gestire risorse così ingenti secondi questi criteri e su quanto queste iniziative siano in linea con lo spirito liberale.

Consideriamo l’aspetto “green”. Talora si contesta la rilevanza del tema per mancanza di evidenze conclusive sul fatto che il cambiamento climatico esista e sia indotto dall’inquinamento: oltre ad osservare che l’inquinamento è molto dannoso anche a prescindere dal cambiamento climatico, vale la pena di notare che questo tipo di fenomeni è tipicamente “a scoppio ritardato”. Essi maturano nel tempo senza clamore per poi mostrarsi in tutta la loro gravità quando gli squilibri superano una certa soglia – ed è spesso troppo tardi per intervenire.

Sempre in prospettiva, se si concorda sull’idea che l’unico vero rimedio all’immigrazione di massa – che tanto pesa sul dibattito politico nelle economie occidentali – sia lo sviluppo economico dei Paesi di origine, come si può trascurare l’impatto ambientale avrebbe l’industrializzazione sregolata dell’Africa subsahariana e degli altri PVS? Si dice sovente che per mantenere tutto il mondo con lo standard di vita ed il consumo energetico degli USA ci vorrebbero due pianeti… investire su efficienza energetica, economia circolare e fonti di energia rinnovabili pare quindi del tutto sensato.

E’ importante notare come le catastrofi ambientali non siano legate al “turbo-capitalismo”: basti pensare ai drammi del Lago d’Aral e del Mar Caspio, cancellati dalle carte geografiche da dissennate politiche sovietiche. Il focus sulle tematiche ambientali non è di destra o di sinistra ma è legato alle capacità raggiunte dall’umanità: nessuna generazione è mai stata così ricca, così istruita e consapevole e così dotata -nel bene e nel male- di risorse tecnico-scientifiche: una transizione di questo peso a favore delle future generazioni sarebbe stata semplicemente impensabile fino a qualche decennio fa.

Consideriamo il profilo economico-sociale. Il sistema liberista, che ha dominato l’occidente dai primi anni 80 (senza mai essere stato davvero applicato in Italia), ha dimostrato la sua validità con risultati eccezionali, dando peraltro la spallata decisiva al comunismo, che proprio in quegli anni si avvitò in un rapido crollo. La crisi del 2008 ed il decennio successivo hanno però mostrato la fragilità di questo sistema. Non siamo mai davvero usciti da quella crisi: ce lo ricordano il permanere di soluzioni inizialmente di emergenza come i tassi d’interesse negativi ed il successo del populismo nazionalista – entrambi fenomeni inconcepibili dieci anni fa.

In estrema sintesi, sono emersi problemi di coerenza tra un sistema economico sempre più finanziarizzato/globalizzato e sistemi politici ancorati ai singoli Stati, di eccessive esternalità negative addossate alla collettività in favore delle aziende e dei loro azionisti, di progressiva polarizzazione della ricchezza e delle classi sociali e – non ultimi per importanza – di costante aumento dei flussi migratori.

In altre parole, il “turbo-capitalismo” di stampo liberista si è dimostrato potente ma troppo instabile e inadatto ad una crescita stabile nel lungo termine: nel tempo esso tende infatti a minare il consenso sociale di cui necessita ed il suo successo è meno convincente se considerato nella globalità dei sui effetti (ovvero tenendo conto dei danni provocati all’ambiente e agli oneri “nascosti” che trasmette alle generazioni future in termini di danni ambientali e inerente instabilità).

Tirando le somme, il focus sulla sostenibilità non ha un colore politico: si tratta di formare un modello di sviluppo che superi i difetti del modello precedente – non certo puntando su piani quinquennali di stampo social-comunista che hanno ampiamente mostrato la loro inadeguatezza. Per loro natura tali tematiche sono ampie, richiedono pianificazione a lungo periodo e forte coordinamento e condivisione ma non implicano di per sé il ritorno allo statalismo e sono senz’altro compatibili con il pensiero liberale, notoriamente pragmatico. A riprova di ciò, piani come il Next Generation EU nascono per essere applicati agevolando gli operatori privati laddove essi – si noti bene – già ora godono dell’attenzione degli investitori istituzionali (privati) che riconoscono come le aziende che adottano i principi ESG producano risultati mediamente più sostenibili e stabili nel lungo termine.

E’ altresì ovvio che il successo delle politiche di sostenibilità dipende dalla loro adozione a livello planetario e che il successo sarà possibile solo con una migliore globalizzazione, non con l’isolazionismo: arrecando un danno alla collettività mondiale gli Stati che rifiutassero di aderire ne dovranno pagare le conseguenze con l’esclusione dal sistema del commercio internazionale.

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